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Author: Enrico Narducci

Title: Vite inedite di matematici italiani scritte da Bernardino Baldi

Title:

Author: Bulletino di bibliografia e storia delle scienze matematiche e fisiche xix

Publication: (1886)

Principal editor: Frans Wiering

Funder: Utrecht University Netherlands Organization for Scientific Research (NWO)

Edition: 2000

Department of Information and Computing Sciences Utrecht University P.O. Box 80.089 3508 TB Utrecht Netherlands
Copyright © 2000, Utrecht University, Netherlands
page 355

A' LETTORI

L'amore, e l'osseruanza, che io portai mentre uissi à Federigo Commandino, l'uno de' chiarissimi lumi della patria nostra, non morirono in me, ne si sce-marono punto con la morte di lui, mà rauuiuati et accresciuti dal dolore e dall'amaritudine ch'io ne prouai, diuennero di gran lunga più uigorosi e mag-giori; onde, per consolar in parte l'accerbissimo dispiacere ch'io ne presi, mi riuolsi con tutto l'animo ad honorare e riuerire in sua uece la memoria che m'era rimasa di lui. Scrissi dunque l'historia della sua uita, acciochè nella memoria dei posteri fosse compagna della fama ch'egli s'ha guadagnata con l'opere, et un testimonio eterno de gl'obblighi, che uiuendo io gli portai.
Hauendo io dunque sodisfatto in parte con questa attione a me stesso et a' meriti di lui, non si fermò il pensiero, ma dalla radice di questo medesimo affetto germogliando, mi pose auanti à gl'occhi, e mi persuase non esser bene, che scriuendo io d'un mio Maestro tacessi, e comportassi che se ne stesse immersa nell'obliuione la memoria di tanti e tanti altri eccellentissimi Mate-matici: da' quali non un huomo, nè una città sola, ma le Prouincie intere, et il Mondo tutto ha riceuuto dottrina. Da una parte dunque eccitauami la conuenienza del fatto, e dall'altra mi rispingeua adietro la molta difficoltà dell'opera; perciò che non hauendo io historico alcuno, onde mi fossero som-ministrate le cose ch'io doueuo scriuere, teneuo per impossibile il poter re-care ad affetto così honesto pensiero; e teneuo fra me stesso molto felici co-loro, che scriuendo historia di genere più fecondo, poteuano per arricchirsene por mano a' tesori di copiosissimi libri. Tuttauia, preso animo, pensai di poter uincere con la diligenza la difficoltà dell'impresa, nè m'ingannai di molto; anzi m'accorsi esser uero, che ogni cosa finalmente uince un'ostinata fatica.
Scrissi dunque, raccogliendo et ordinando le cose ch'io presi da un infinito numero de' libri, le uite de' Matematici più nobili, da Talete insino a' tempi nostri; e cominciai da Talete, per esser questi il primo, che prendendo la Filosofia e le Matematiche da gl'Egitij l'apportasse a' Greci (1L'esemplare autografo della presente prefazione, contenuto nelle carte 2-4 deli codice 153 è mancante del principio, ed incomincia colla parola Greci della linea 29 di questa pagina. Per ciò fino a questo punto si è dovuto supplire colla copia della prefazione medesima contenuta nelle carte 1-5 dei codice 155. Di qui sino alla fine si è seguita la lezione del detto esemplare autografo di questa prefazione.), onde l'habbiamo noi. E sebbene poco auanti a lui Euforbo Frigio commemorato da Laertio hebbe gusto di quelle scienze, non è però l'historia sua così conosciuta e chiara, che debba paragonarsi con quella di Talete; et in ciò non mi disco-stai punto dal giuditio di Diogene medesimo, che scriuendo le uite de' Filosofi da l'istesso Talete uolse prendere il suo principio.
Ma potrebbe essere che page 356 qualcuno, più facile a riprendere le cose altrui che à farne de le proprie, mi biasimasse dei hauer io fra' Matematici scritto le uite d'alcuni, che più di Filosofia o d'altro, che de le Matematiche habbiano fatta proffessione: come sono Talete, Anassagora, Democrito, Platone, Arato, Vitruuio e molti altri. A la quale obbiettione facilmente si risponde, coi porre auanti l'essere stati questi non filosofi solamente, ma Geometri, Astrologi, et insomma eccellenti ne le Matematiche ancora. Nè altra ragione mosse Laertio à scriuere fra i Fi-losofi di Eudosso, ancorchè di gran lunga migliore Astrologo che Filosofo egli si fosse. Così de la terra, del cielo, de sole (sic), de la luna e de le stelle trattano secondo il modo loro i Filosofi et i Matematici, nè per tanto rime-scolano insieme e confondono le giuridittioni.
Altri poi, credendosi di farmi obiettione più importante, hanno detto questa mia fatica esser in tutto git-tata, contenendo cose non popolari, nè punto di gusto a le persone ciuili. A' quali rispondo, esser uero che questa mia historia non contenga cose atte a porger diletto a gli huomini idioti et auezzi à ragionar con la fante, ma non essere per tanto il mondo pouero d'intelletti pellegrini, che alzandosi col capo sopra l'humiltà de la plebe, d'altro sanno godersi, che de le cose onde si pasce il uulgo: ad uno de' quali se io haurò sodisfatto mi sarà più caro che l'hauer contentato una republica di plebei.
Anzi non fuggirà nota d'in-giustitia chi tenterà di riprendermi; perciochè, se ingiusto è colui che nega riconoscimento a gli altrui meriti, giusto debbo dirmi io, hauendo a mio po-tere honorata la memoria di sì uiuaci intelletti. Si scriuono le uite de' Gram-matici, de gli Oratori, de' Sofisti, de' Pittori, e d'altre genti di minor conto, e non si scriueranno quelle de' Matematici, da l'industria de' quali il Mondo ha imparato di conoscere i mouimenti, i numeri, e le grandezze de' cieli, i giri de le stelle, le ragioni de l'eclissi, onde la luna hora si mostri crescente et hor iscema, onde i giorni hor siano lunghi et hor breui, e tante altre cose degne in tutto di marauiglia e di lode?
Ma che dico? Chi ci ha descritto le terre et i mari, e raccolto e misurato in breue spatio il larghissimo aspetto de l'uniuerso? Chi ci ha spiegato quanto giri il maggior cerchio del globo terreno, e quanto s'alzino da terra i più eleuati monti? Chi ci misura l'hore? Chi col mezo de l'ombre ci diuide la luce? Lascio mille altre cose che da' Matematici ha imparato il mondo, le cagioni de l'apparenze de l'iridi, de gli baleni, l'altezze de le nuuole e de' uapori, le marauiglie de gli specchi, così ardenti, come rappresentanti uarietà mirabili di figure, e le ragioni de gli ar-tifitiosi inganni de la Perspettiua.
E se queste cose paiono di poco momento, chi mi negarà che da le regole de' Matematici non prendano le forme loro le città, le fortezze, i Teatri, i Palazzi, i Tempii, e tutti gli altri edifitii, così publici come priuati? che da l'ingegno di costoro sono formati in uarie page 357 guise uarii legni marittimi, così da pace come da guerra, e che con l'arte de' medesimi nel solcare i larghissimi flutti si gouernino? De l'utile che da queste scienze uien apportato a chi attende à la guerra non dico nulla, poichè nè oppugnationi, nè espugnationi, nè dispositioni d'esserciti in campagna pos-sono farsi, senza l'aiuto loro: queste fabricano le machine offensiue e diffen-siue, e ne' tempi de la pace in tutte l'opere de gli buomini hanno grandis-sima parte. E per finirla in una parola, se tu uuoi le contemplationi puris-sime, l'hai da le matematiche, poichè l'oggetto loro per sè stesso è intellet-tiuo e non materiale; ma se tu cerchi l'opere, applicandole a la materia, ne trarrai marauiglie.
Sono dunque tante e tali le Matematiche, e non si scri-uerà di coloro che in quelle sono stati eccellenti, et a' proffessori di sì degne scienze si proporranno i grammatici, i sofisti, i pittori, et altri di più igno-bili proffessioni? Non mi pento io dunque d'hauer impiegata la mia fatica intorno à soggetto sì degno; ma bene mi doglio di non hauer potuto darle quella perfettione, ch'io mi proposi ne l'animo quando la cominciai.
Due cose mi sono state contrarie: l'oscurità de l'historia e la penuria de' libri; hauen-domi bisognato scriuere non in Roma, in Bologna, o in Padaua, ma in Gua-stalla, piccola terra de la mia residenza. A le quali difficoltà potrei aggiun-ger la terza, del non hauer hauuto in ciò Principe alcuno fauoreuole, col mezo del quale io potessi essere informato de l'historie de' Matematici, che hanno fiorito in Francia, in Germania, et in altri luoghi lontani.
Dodici anni ho io penato nel raccogliere da uarij autori la materia di questa historia, e quasi in due ho dato la forma che si uede a l'edifitio: il quale se à giuditio de gli intendenti non sarà da tutte le parti perfetto, diasene la colpa a l'im-becillità del mio ingegno, et in parte a la difficoltà del negotio: al quale, dopo l'essere fatto sacerdote, noti hauerei dato fine, se non fossi stato im-portunato da gli amici, e non hauessi giudicato male il gittare uia le fatiche, le quali in altro stato io u'hauea posto intorno.
Quanto poi s'aspetta al ti-tolo de l'opera, io la chiamo Vite de' Matematici, e non de' Geometri o Astro-logi, per abbracciarui tutto il genere, sotto al quale si raccogliono gli Arit-metici, i Musici, i Mecanici, i Perspettiui, e gli altri che attendono a quelle proffessioni, che a le Matematiche son subalterne. Tanto basti hauer detto per una tale informatione di chi legge, desiderando intanto per gloria di co-loro di cui si scriue, che altro dopo me, eccitato dal mio essempio, ponen-dosi a la medesima fatica mille uolte mi superi. A Dio.
page 590

GUIDO MONACO.

Guido o Guidone, come dicono alcuni, perciochè in tutti due i modi questo nome si pronuntia, fu di patria Aretino, Monaco de l'ordine di S. Benedetto, et Abbate dei Monastero de la Croce di S. Seofredo [sic: Leofredo]. Fu questo huomo dottissimo, e ne le lettere secolari e ne le sacre; ma sopra tutte l'altre cose attese a gli studii de la Musica, ne la qual proffessione a' suoi tempi fu stimato grandissimo.
Si seruiuano gli antichi, il costume de' quali fu poi introdotto ne' canti ecclesiastici, d'alcune ciffre o note, mediante le quali si conosceua la natura de' canti e le mutationi de le uoci; e, se non m'inganno, questi caratteri erano quelli che si hanno ne' libri Musici d'Alipio, d'Aristide Quintiliano e d'alcuni altri antichi, i quali per lo più erano lettere de l'alfabeto greco, e minori e maiuscole, uoltate in uarie foggie, acciocè fossero uarie fra loro. Di queste cifre ragiona Guido medesimo ne la lettera ch'egli scriue à Michele Monaco, et hassi nel primo libro de la sua Musica. Era dunque così difficile il porre in pratica le dette note, che, com'egli dice, in dieci anni a pena si pigliaua la pratica del cantare.
La-sciato dunque l'uso de le dette cifre, seruendosi de le sette lettere de l'alfabeto, che s'usauano ne la Chiesa d'ordine di Papa Gregorio, l'addattò a la mano si-nistra, ad articolo per articolo, con le sue chiaui e mutationi de le uoci; nè questo solo, ma trouò anche il modo de le righe e de gli spatii, de' quali hoggi page 591 si serue la Chiesa, e con bellissimo giuditio ancora, chiedendosi in quel hinno composto di uersi saffici, à S. Giouanni, che uoglia sciogliere le labra de' can-tori a le sue lodi, addattò le sei uoci ut, re, mi, la, sol, la, con le quali tutti i canti si uariano, a' principii de le parole di questi tre primi uersi:

VT queant laxis REsonare fibris
MIra sanctorum FAmuli tuorum,
SOLue polluti LAbii reatum,
Sancte Johannes.

Fu egli dunque che distinse et ordinò l'Antifonario in quel modo che hoggi s'osserua da S. Chiesa; il qual accomodamento fu poi approbato da Papa Gio-uanni Decimo, che uiueua in que' tempi. L'industria di Guido apportò tanta facilità a la pratica de la Musica, che, come scriue Tritemio, i canti, che prima erano ignoti, si fecero con le regole de la sua mano così facili, che i fanciulli e le fanciulle imparano meglio di cantare, che con la uoce del mastro o con l'uso de gl'instrumenti.
Vien lodato per questa inuentione da Harmanno Sche-delio ne le sue Croniche, e da tutti quelli che hanno ragionato di lui. Contro uno Spagnuolo, che tentò di riprendere le cose di Guido, scrisse Nicola Burtio Parmegiano, come da noi sarà notato ne la uita di lui. Ma quello che Guido trouasse, et il profitto ch'egli apportasse à gli studiosi de la Musica, si può uedere in quel libro ch'egli ne scrisse, intitolato Micrologo. Oltra la quale opera, come habbiamo da Tritemio, scrisse anco un libro del Corpo e Sangue di Cristo, contro un Berengario, chierico de la Chiesa Turonese. Fiorì Guido, come afferma l'istesso Tritemio, sotto l'impero di Corrado il più giouane, cor-rendo l'anno de la nostra salute mille e trenta.
A dì 30 Dicembre 1595.
page 604

NICOLO' BURTIO.

Ancorchè fra' Musici Nicolò Burtio non meriti i primi luoghi, non lascere-mo di mandar a' posteri la memoria di lui. Nacque egli in Parma d'honesta famiglia; e, data primieramente opera a le leggi Pontificie, diedesi poi tutto a gli studii de la Musica.
Scrisse un'operetta, detta da lui il Libretto de' flori: il quale, come appare ne la sua dedicatoria, donò egli a' poueri Chierici e Religiosi. Diuise la detta sua fatica in tre trattati. Nel primo de' quali mostra ciò che sia Musica e le lodi sue, di quante sorti ella sia, chi sia il Musico, de la differenza fra 'l Musico e 'l Cantore, quello che sia suono, la diffinitione generale del suono, che sia uoce, come si formi, ciò che sia consonanza e dissonanza, ciò che sia harmonia, quale fra gli huomini habbia cantato prima, delle generi di Meli, quali siano le constitutioni e congiuntioni musicali, e quali siano più necessarie, et inoltre de' Tropi e modi, e da chi siano stati ritrouati. Ne la seconda parte o trattato insegna ciò che sia canto misto, che, com'egli dice, uolgarmente si chiama Contrapunto, e come si componga. Nel terzo trattato mostra ciò che sia canto figurato, il tempo e ualore de le note, ciò che sia numero e proportione, con la diuisione del Monocordo. E queste cose tutte raccolse egli da uarii autori de la proffessione, e pose insieme in forma d'un introduttorio breue, acciochè più uolentieri fossero lette e man-date à memoria le cose scritte da lui, hauendo, com'egli dice, in mente quel precetto d'Horatio:

Quicquid praecipies, esto breuis; ut cito dicta,
Percipiant, anim dociles, teneantque fideles:
Omne superuacuum pieno de pectore manat.

Scrisse egli quest'opera in foggia d'inuettiua, contro uno Spagnuolo, suo con-tomporaneo e familiare, dicendo d'hauer lui prestato de' libri in Bologna, il quale però non nomina. Haueua quello Spagnuolo, come si raccoglie da le parole del Burtio, scritto e publicato un'opera di Musica, ne la quale diceua male de le cose di Guidone Aretino, e le laceraua à più potere. Laonde Ni-colò, il quale al detto scrittore sopra tutti gli altri era affettionato, non po-tendo soffrirlo, si pose à scriuere il sopradetto trattato, nel quale con molte ragioni diffende Guido, et à più potere ua mordendo e ripungendo colui.
Mostra egli in quest'opera, da l'allegationi sue, d'essere stato molto studioso, citando grandissimo numero di scrittori. Tuttauia fa egli proffessione sopra page 605 tutti gli altri d'hauer seguito Boetio e Guidone. Scrisse egli Latino, ma con modo così rozo e barbaro, che bene si uede coperto da la rugine di que' tempi. Dilettossi nondimeno, così ruuido, di poesia: il che si raccoglie da que' uersi ch'egli pose in fine del libro suo, il principio de' quali è tale:

Dulcia qui tentas uocum modulamina scire
Hunc eme: qui facili sub breuitate docet.
Nil homini melius sacro turbaeque potentum
Dulcisonos cantus noscere, crede mihi;

e quelli che seguono, che sono molti; ne' quali, secondo me, haueua molto meno infelicità di quello che s'hauesse ne la prosa. Aggiunse egli al fine, in uece di Appendice, alcune cose d'Astrologia, e chiama il cap.º, oue egli ne tratta, Micrologo, oue non fa altro che celebrare al meglio che può le lodi de la detta scienza; ancorchè con poco ordine più tosto egli accumuli cose, ch'egli ne tessa encomio ragioneuole. Fu l'opera sua, uiuendo egli, stampata in Bologna, procurando ciò un Hugone de' Rugieri, che si dilettaua di questi studii, l'anno del signore mille quattrocento ottantasette, l'ultimo d'Aprile.
A dì 16 Dicembre 1595.
page 633

GIOSEFFE ZARLINO.

Quella ragione che ci mosse a scriuere la uita di Aristosseno, ci moue anco à stendere quella di Gioseffo Zarlino; poichè questi fu, non solo Cantore, ma Musico etiandio, cioè Matematico e Teorico in quella proffessione. Nè credo di douere scriuere di lui menzogne, poichè de la bocca sua propria ho inteso gran parte de le cose che appartengono a l'historia sua.
Furono i genitori di Gioseffe persone di honesta conditione, la patria de' quali fu Alessandria de la Paglia; onde partiti per cagione di guerra, si trasferirono à Cremona, et indi si fecero habitatori di Chioggia. Il padre chiamossi Giouanni de' Zarlini, e la madre Maria. Nacque Gioseffe in Chioggia l'anno del dicianoue, l'ultimo giorno di Genaio. Hebbe egli da' primi anni molta inclinatione a la uita religiosa, e ne la patria medesima diede opera a gli studi puerili.
La Grammatica imparò egli da un Giacobo Eterno Sanese, huomo di buone lettere e greche e latine; la page 634 pratica de l'Arimmetica e de la Geometria apprese da un Giorgio Atanagi, che alhora seruiua il publico ne l'insegnar le dette arti. I primi principii Musicali gli furono mostrati da un Frate Francesco Maria Delfico, Minore Osseruante. Il primo che gli insegnasse il sonar d'organi fu un Marco Ant.º Cauazzoni, Bo-lognese, cognominato l'Urbino. Sotto la disciplina dunque di costoro andossi egli essercitando gli anni de la fanciullezza, con profitto mirabile, ma sopra tuto ne gli studii Geometricie de la Musica.
Vestissi gli habiti clericali di uentidue anni, et indi à poco tempo trasferissi à Venetia; perciochè, hauendo egli alcuni anni prima hauuto l'organo del Domo di Chioggia, fu sforzato da persecutioni de' maleuoli à lasciarlo, il che gli fu cagione di molto bene; per-ciochè quello che non haurebbe mai potuto imparare ne la patria sua, hebbe larghissima commodità d'apprendere in quella città nobilissima. Iui dunque attese à la Logica et a la Filosofia, sotto la disciplina d'un Cristoforo da Li-gname, Filosofo, Medico, e gentilhuomo Padouano. La lingua greca finì d'im-parare da un Guglielmo Fiammingo, e i principii de la lingua hebrea apprese da un nepote di quel grandissimo Grammatico hebreo, Elia Tesbite; benchè à quella lingua, com'egli mi dicea, non attendesse molto, essendo tirato da studii di maggior importanza a la proffessione ch'egli s'haueua proposto di fare.
Haueua egli in pensiero, mosso da una naturale inclinatione, di farsi grande ne lo studio de la Musica, et arriuar in quello à qualche grado di eccellenza. Per affinarsi dunque, e dar perfettione à que' principii ch'egli s'hauesse preparati in Chioggia, accostossi ad Hadriano Villaert, nato nel territorio di Bruggia, huomo eccellentissimo in quella proffessione, e padre, come tutti con-fessano, de la musica florida: la quale è si lodata à questi tempi, perciochè de la sua scuola sono usciti Cipriano di Rore, Orlando di Lasso, e tutti gli altri migliori. Sotto la disciplina di questo grand'huomo si essercitò tre anni intieri; nel qual tempo, essendo arriuato à gran termine, (fu) conosciuta l'eccellenza sua, essendo egli d'anni quarantasei. Morto Hadriano, e Cipriano, successore di lui, partito dal seruitio de la Signoria, hebbe il carico di mastro di Capella di S. Marco.
Prima ch'egli hauesse il detto uffitio, imbeuutosi de la dottrina di Hadriano, e parte aiutato da la cognitione [de] le Matematiche e de l'Arimmetica, ue-dendo che le cose de la Teorica musicale erano molto imperfettamente trattate da' moderni, studiando i migliori Musici antichi, cioè Tolomeo, Boetio et altri, scrissene una grande et util opera, intitolata le Institutioni de la Musica: e questa in lingua italiana, acciochè da qualsiuoglia Musico potessero essere studiate. Sono queste Institutioni ripiene di uaria e florida dottrina, onde può argo-mentarsi, ch'egli fosse uersatissimo ne libri di qualsiuoglia proffessione; perciochè ui si ueggono allegati Filosofi, Historici, Oratori, Poeti, e greci e latini, oltra i Musici e Matematici, et altri scrittori de la sua proffesione. Di maniera che page 635 da quest'opera non sarebbe difficile il raccorre l'Historia musica.
Ragionauisi, come è douere, de le proportioni appartenenti al Musico, e si discende a la prattica et a l'operatione. Parlaui de la Musica antica, e ua filosofando quali cose habbiano possanza d'indur l'huomo à diuerse passioni, e come l'Harmonia, la Melodia e' l numero habbiano forza mouer gli animi, e disporli a uarii af-fetti, et informarli à uarii costumi; et aggiunge con qual sorte di Musica fossero mossi gli affetti che si scriuono. Va poi inuestigando, onde nascano i tuoni graui e gli acuti; disputa de le uoci, de le consonanze e dissonanze del canto, de le modulationi, de gli interualli, de' generi del canto appresso gli an-tichi. Insegnaui di multiplicare e diuidere le consonanze; nel che fare seruesi de le dimostrationi lineari e geometriche, e parte del Mesolabio d'Eratostene, di cui egli scriue la fabrica e l'uso, applicandolo a le cose musicali. Discor-reui del Monocordo, e ponui le ragioni de le sue diuisioni.
Nel primo libro, per uenire a le parti ne le quali egli è diuiso, oltra molte altre cose appar-tenenti a la cognitione perfetta de la Musica, ragionasi copiosamente de' nu-meri e de le proportioni, che sono la forma de le consonanze, e questa è la prima parte de la parte specolatiua. Nel secondo tratta solamente de le uoci e de' suoni, che sono la materia de le consonanze, e ragionauisi etiandio d'altre cose appartenenti a la specolatione, Nel terzo si tratta copiosamente del modo del porre insieme le consonanze, che sono la materia de le Cantilene, et è questa quell'arte che uolgarmente si dice Contrapunto; et è questa la prima parte de la seconda parte, in cui egli attende a la Pratica. In questa parte tratta egli a lungo de le consonanze perfette et imperfette, de le dissonanze, de gli unisoni, de' tuoni e semituoni, insomma non lascia egli cosa alcuna a dietro, di quelle che appartengono al Contrapunto. Nel quarto tratta a pieno de' modi, o tuoni, che sono le forme de le compositioni musicali; e questa è la seconda parte de la seconda parte, cioè Prattica. Non diuide egli dunque l'opera in libri, ma in parti; e ne l'ultima, oltra i dodici modi, ragiona dottamente, come le harmonie debbano accomodarsi a le parole del soggetto. Chiude finalmente tutta l'opera con due capitoli: ne l'uno, che è il trentesimo quinto, discorre de le parti che debba hauere ciascheduno che desideri di peruenire a qualche perfettione e grado ne la Musica; ne l'altro, che segue a quello, discorre de la fallacia de' sensi, e che il giuditio deue farsi, non solamente col mezo loro, ma con la compagnia insieme de la ragione. Quest'opera, essendo egli già Maestro di Capella di S. Marco, ristampò, migliorata in molti modi, con l'aggiunta di molti secreti appartenenti a la patria; e questa dedicò a Vincenzo Diedo, alhora Patriarca di Venetia.
Nel tempo ch'egli scrisse il libro de le Institutioni, scrisse ancora un altro uolume, ch'egli intitolò Demostrationi harmoniche; nel quale, in cinque ragionamenti, demostrò tutte le cose che s'aspettano a le ragioni de la Musi-page 636ca.
Publicati que' due uolumi, considerando che in loro ui si poteuano desiderar molte cose, e trouar difficoltà bisognose di dichiarationi e di luce, per coloro, che non sono così pienamente uersati in questa proffessione, pigliò noua impresa di scriuere un altro assai gran uolume, che egli intitolò Supplementi Musicali. La cagione dunque principale che lo mosse, oltra la detta, fu, com'egli nel proemio afferma, il uedere che le cose scritte da lui ne' due primi uolumi erano da molti state non bene intese; l'altra, l'hauere alcuni moderni scrittori tentato i detrahergli, e di gittar a terra, per malignità et inuidia, com'egli dice, le cose sue. Questo suo detrattore per modestia recusa egli di nominare; ma bene, da una lettera scrittagli dal medesimo de l'anno del settantotto, appare ch'egli fosse suo discepolo, nel tempo che Cipriano di Rore seruiua la Signoria. Questo suo emolo innominato fu Francisco Salines, Spagnuolo; il quale, con-uersato lungo tempo in Italia, scrisse un libro di Musica assai pieno, nel quale si sforzò di gittar à terra tutte quasi quelle cose de le quali Gioseffe faceua proffessione d'essere stato inuentore. L'opera di costui uenne à le mani al Zar-lino, prima ch'egli hauesse publicato i Supplementi; onde, presa l'occasione, inserì nel detto uolume tutte le cose che conobbe necessarie à diffendersi, et a scoprire, o la mala intelligenza, o la malignità di quell'altro.
E perchè egli, in una lettera che mi scrisse de l'ottantanoue, commemora, quasi per capi, le cose nouamente ritrouate e considerate da lui, non sarà fuori di proposito inserirle in questo luogo:
Quanto a la cosa del Salines (dice egli), saprà che, prima ch'io ponessi in luce i miei scritti di Musica, in questa scienza erano altramente considerate le cose di quello che considerano al presente: de le quali narrerò solamente alquante de le più importanti, per non andar in lungo. E prima le forme de le consonanze, che chiamano imperfette, erano d'altra proportione di quello che hora si siano; perciochè, come io di-mostro in più luoghi, e spetialmente nel cap. 3º del p.º de le Istitutioni, e nel 15º, e ne la 2ª diffinitione del 2º de le Demostrationi, et ultimamente nel c. 3º de' Supplimenti, et in molti altri luoghi, sono contenute ne le parti del numero senario; e gli antichi uoleuano, che solamente quelle fos-sero consonanze, che haueuano le loro forme tra le parti del quaternario, come nel principio del p.º de le Demostrationi ho demostrato. E, se bene da alcuni altri fu hauuta questa opinione, nondimeno non la dimostrarono, ma stettero à quello che si teneua de la più parte de' Musici; onde il Salines tratta cotesta cosa con nouo commento, et in un altro modo, nel 2º libro de la Musica per tutto.
Io ho detto, che la Diatessaron, contra l'opinione de' moderni, è consonante, e l'ho demostrato nel c. 5 de la 2ª parte de le Institutioni, et in molti altri luoghi; et il Salines ha pigliato, di parola in parola, quello ch'io scriuo di cotal cosa, come si uede nel c. 9 del detto page 637 2º libro.
Lasciarò da parte il parlare de le diuisioni e compositioni de' ge-neri de' l'harmonie, e dirò ch'io ho demostrato tre partecipationi o tempe-ramenti de gli instrumenti da corde: l'una nel c. 42, con li due seguenti: (La pri-ma) la quale si tratta e demostra nel c. 20 del 3º libro; la seconda io di-mostro ne la prima proposta del quinto de le Demostrationi, la quale è, da lui demostrata nel c. 24 del 3º libro de la Musica; ma la 3ª ho solamente accennata nella p.ª proposta del 4º de le Demostrationi, e commemorata e non demostrata, la quale egli commenta e demostra nel c. 16 del detto 3º libro. Ma, in materia di questi temperamenti, egli insegna di diuidere qual si uoglia linea data in quante parti si uuole proportionate; e tanto è al proposito, quanto le noci a la tosse. E da questo si comprende, come egli possa intendere queste participationi, le quali dice hauer ritrouato in Roma, quando era giouane.
Ho assegnato il luogo de le spetie de le dette consonanze, fuori de l'uso moderno, ne le Institutioni e ne le Demostrationi, perchè così uuole la ragione; et ho dimostrato, che la Diapason C. D. E. F; G; a etc [sic: et c]. è la prima consonante che si consideri ne la Musica; e che da essa, seguendo l'altre per ordine, incommincia il primo modo o tuono de le dodici; il che fa anco esso Salines nel c. 2º del suo 4º libro, e ne l' e nel 19º.
Queste poche cose ho uoluto ricordare, le quali ho poste in uso, senza l'altre che sono noue, conosciute solamente da gli studiosi: le quali lascio, perchè sono stanco di scriuere.
Hora, per tornare al libro de' Sup- plementi, diuise egli quell'opera in otto libri. Nel p.º de' quali tratta de le cose communi, che sono come principii e premesse a l'intelligenza de le cose scritte ne gli altri libri seguenti del detto trattato, come sarebbe del suono, de l'inter-uallo, del genere, de le constitutioni, del tuono e de la mutatione, et ultima-mente de la Melopea. Ma quello che tratti à parte per parte ne' sette libri se-guenti, facilmente può uedersi da chi legge l'opera medesima.
Diremo dunque, com'egli stesso afferma, che, quando si diede a l'inuestigationi de' secreti de la Musica, non si propose di seguir particolarmente alcuna setta de' Musici antichi, nè alcuno de gli scrittori moderni, così ne la speculatione, come ne la pratica; ma solamente attenersi a la uerità semplice de le cose, col ricercar le loro pas-sioni; e questo col mezo del senso e de la ragione, congiunti con l'esperienza. Vidde nondimeno, com'egli afferma e si conosce da chi legge le cose sue, tutti quelli scrittori, così greci come latini, che poterono capitargli a le mani, come sono Aristosseno, Euclide, Nicomaco, Tolomeo, Aristide Quintiliano, Emanuele Briennio, Gaudentio filosofo, Bacchio, Psello et Alipio, con alcuni altri, l'opere de' quali si trouano imperfette, e senza nome di autore. De' Latini uide Boetio, Guido Monaco Aretino, il Fabro Stapulese, Franchino Gaffuro da Lodi, Lodouico Fogliano da Modena, il Glareano, e molti altri, da' migliori de' quali imparò page 638 molte cose; nè uolle credere a cosa che da costoro fosse scritta, senza espe-rimentarla; nè uolle uenir a l'esperienza, senz'altri amici suoi, intendenti de l'arte, sapendo quanto sia, non solo possibile, ma facile ancora l'ingannarsi. Laonde, non sparagnando à spesa alcuna, fece fare instrumenti, che lo poteuano condurre a la cognitione del uero.
Trouò dunque con queste diligenze, che le forme de le consonanze, e d'altri interualli che s'usano a' nostri tempi ne le canzoni uocali e naturali, non sono cose de l'arte, nè inuentione de l'huomo, ma da la natura stessa prodotte, e collocate fra molte cose, e spetialmente fra le parti del pri-mo numero perfetto, che è il Senario; e queste, da l'arte poi ordiuate [sic: ordinate], e ritrouate fra le corde et interualli di quella spetie, ch'egli chiama sempre Naturale, detta da Tolomeo Sintono Diatonico. Tiene egli dunque per certo, che questa spetie Naturale o Sintona s'adoperi ne le nostre cantilene uocali, et in alcuno spetie d'instrumenti artifitiali, et non la Diatona Diatonica di Didimo, antichissima [sic: antichissimo] Musico, sì come alcuni stimano et hanno per fermo.
Ne lo scriuere poi de la Prattica, sempre hebbe in pensiero d'insegnar il modo che si tiene hoggi nel comporre le cantilene, e dimostrar la diuersità de' modi e metri, non già secondo il modo de gli antichi, che furono auanti a gli inuentori del modo che usiamo al presente di cantare, ma secondo l'uso de' moderni; se bene, nel di-scorrere e nel trattar de le cose, sempre s'è seruito de gli antichi, come ap-pare da molti luoghi de gli scritti suoi, e particolarmente dopo il principio de la seconda parte de le Institutioni. Nè fu mai suo pensiero di scriuere la pratica de gli antichi Greci o Latini, se bene egli la ua adombrando, ma solamente di quelli che hanno ritrouata questa nostra maniera, di far cantar insieme molti parti, con diuerse modulationi e diuerse arie, e spetialmente secondo la uia e modo tenuto da Hadriano Villaerte, prattico eccellentissimo e, come s'è detto, mastro di lui.
Molte altre cose fa egli in questi Supplementi, che lungo sarebbe a raccontare, hauendosi massimamente a lungo distese ne l' opera; ma à noi basterà hauer toccato così in ombra e sommariamente queste cose, appartenenti principalmente a la intentione e scopo de l'autore. Dedicò egli la detta sua fatica, l'anno de l'ottantotto, ch'egli la diede in luce in Ve-netia, al Sommo Pontefice Sisto Quinto, il quale haueua conosciuto e do-mesticamente praticato, prima ch'egli fosse grande ne la città di Venetia.
Il modo de lo scriuere del Zarlino ha alquanto de l'Asiatico, essendo egli spesse uolte souerchiamente diffuso; tuttauia dice assai commodamente il suo concetto, se bene le cose de la sua proffessione, parlando de la Teorica e Prattica semplice, sono tanto asciutte, che non riceuono se non il naturale ornamento loro, il quale conseguono, se si trattano con breuità conueniente e co' ter-mini proprii.
Haueua egli molti emuli, et era calunniato da molti per inuidia; onde soleua aggiungere a' suoi libri perpetuamente questi due senarietti greci:

Θεοῦ διδόντος, ὀυδὲν ἰσχύει φθόνος;
Καὶ μὴ διδόντος, ὀυδὲν ἰσχύει πὸνος.

Quando Dio uuol l'inuidia nulla puote,
E, se non uuole, il faticar non gioua.

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Ma, per toccar alcuna cosa del Salines auanti che più si passi auanti, diceua egli, che le cose di colui tanto uagliono, quanto ch'elle seruono d'un com-mento a le cose scritte da lui.
Fu il Zarlino huomo uniuersalissimo, come si raccoglie da l'opere sue; onde scrisse ancora altri libri fuori de la proffes-sione, fra quali u'ha un trattato de la Patienza, de l'Oratione che si fa à Dio, un'historietta de l'origine de' Capuccini, uno de la Correttione, et al-quanti Sermoni: di questi alcuni sono già fuori, et altri rimasi fra gli scritti suoi. Di musica, non pubblicate ancora, mi diceua hauer composto quest'altre opere: De re Musica, diuiso in uenticinque libri, in lingua latina, et il Me- lopeo, cioè Musico perfetto; nel quale egli tratta così del Musico in idea, come da altri si fece del perfetto Oratore, del perfetto Cortigiano, e simili.
Di quarantaquattro anni, cioè due prima che fosse fatto Mastro di Capella di S. Marco, fu fatto uno de' quattro Capellani di S. Seuero, Parochia di Venetia; fra' quali egli hebbe il primo luogo in quel tempo. Hauendo il Pontefice Gregorio Terzodecimo mandato fuori un libro di Aluigi Lilio, intorno al modo de la corretione de l'anno, à tutti i principi Cristiani, acciochè si potesse matu-ramente deliberare, s'egli douesse accettarsi, o come occorrere a le difficoltà se ue n'erano; egli, pregato da gli amici, scrissene un assai pieno trattato, il quale, col mezo d'Alberto Bolognese, Vescouo di Massa e Legato per il Pon-tefice appresso la Signoria, mandò al Pontefice medesimo, ritenendosene appresso l'originale; onde, ricercatone da gli amici, publicollo l'anno de l'ottanta. Quest' opera, la quale può bastare assai à far conoscere quanto egli fosse intendente de' moti de' Cieli, e quanto uersato ne le cose de l'Astrologia, scrisse egli in lingua latina e dedicò al Pontefice medesimo.
Intanto, essendo egli fatto Canonico di Chioggia, morto un frate Marco Veronese, Vescouo di quella città, il Capitolo e la Communità del detto luogo di commune concordia ricercarono la Signoria, che uolesse chiederlo al Sommo Pontefice successore del Vescouo morto, e gli sarebbe riuscito il dissegno, se non fosse interposto Gabriel Fiamma, il quale desideraua anch'egli il detto luogo; onde, uedendo la Signoria il concorso di questi due, fece risolutione di non uoler scriuere per alcuno di loro; onde Gioseffe, mancando di persona che lo portasse, et essendo da l'altra parte il Fiamma per molti suoi meriti fauoritissimo, egli ottenne il detto Vescouato. Morto il Fiamma, di nuouo fu egli proposto e chiesto a la Signoria, che uo-lesse scriuere a suo fauore; ma, essendo ciò fatto assai negligentemente, anco la seconda uolta ne rimase escluso; e ueramente, se guardiamo à la scienza, a la bontà de la uita, et a l'età ne la quale egli si trouaua, non habbiamo da dubbitare ch'egli non ne fosse dignissimo. Visse egli dunque tutto il re-stante de la sua uita Capellano di S. Seuero, nè mai, come egli mi diceua, per occasione ch'egli n'hauesse, uolle partirsi di Venetia.
Ne gli ultimi anni de l'età sua, ne' quali fu da me conosciuto, era egli diuentato infermo, e tra-uagliato stranamente da podagra e da la chiragra, onde gran parte se ne staua a letto; ma, con tuttociò, non cessaua da lo scriuere. Molti co' loro uersi il celebrarono, e latini e greci: de quali honne molti ne le dette lingue, da-timi da lui, fra' quali noi sciegliamo gli infrascritti:
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Di D. Vincenzo Giliani.

Quosqumque arguti docta modulaminis arte
Prisca unquam claros saecla tulere uiros:

Siue Tarentinae fuerint telluris alumni,
Seu Pharii fuerint, Argolicique soli;

Nequicquam, Zarline, tuos conentur honores,
Necquicquam laudes aequiparare tuas;

Nam sunt hi cuncti ad magnam fax paruula Solem,
Paruulus ad uastum riuulus Oceanum.

D'incerto.

Dum noua plectra quatit Delfine inuectus Arion,
Obstupuere maris numina Nereides;

At, Zarline, tuae captus dulcedine uocis,
Stat pater attonitis Adria uinctus aquis.

Ergo, quae magnum Zarlinum laeta dedisti,
Ante alias urbes Clodia tolle caput.

D'incerto.

Dicere Zarlini uarios et promere cantus,
Quis sumat, si non ille sit ipse Maro?

Sufficiet nullus meritas extollere laudes
Zarlini, Musis et decus et Venetis:

Huic radio facile est sphaeras discurrere Coeli,
Et partes Orbis quaslibet inde capi.

Morì Gioseffe di anni settantasette in Venetia, gli anni de la nostra salute mille cinquecento ottantanoue, a dì 4 di Feb.º, e fu sepolto nel Monasterio di S. Lorenzo.
A dì 20 Nouembre 1595.